Rezija - Resia

cultura e tradizioni

Resia / Rezija

Le particolarità della Val Resia

Cenni geografici e storici

La Val Resia è una splendida conca, di origine glaciale, situata nell’area nord-orientale del Friuli Venezia Giulia al confine con la Slovenia, è attorniata da una corona di monti la cui principale cima è il monte Canin (2.587 m) ed è attraversata dal torrente Resia (in resiano Ta vilïka wöda o, anticamente, Bila).
La Val Resia e la Valle di Uccea, che è attraversata dal torrente omonimo, costituiscono il Comune di Resia la cui estensione è di 119 km².
Il capoluogo del Comune è Prato/Ravanca, le altre frazioni sono: S. Giorgio/Bila, Gniva/Njïwa, con Lischiazze/Lišćaca e Gost/Ta-na Huzdë, Oseacco/Osoanë, Stolvizza/Solbica, Coritis/Korïto e Uccea /Učja, nell’omonima vallata. Gli abitanti sono circa 1000.
Il territorio è coperto in prevalenza da boschi di pino nero, pino silvestre e faggio. Gran parte del territorio è compreso nell’area del Parco Naturale delle Prealpi Giulie.
A fondo valle le aree pianeggianti sono, in parte, destinate alla coltivazione del rinomato aglio (presidio Slowfood) e alla produzione del foraggio. Sui monti sono disseminati un po’ ovunque gli stavoli, caratteristiche costruzioni rurali un tempo abitate nel periodo estivo.
I Resiani, come tutti gli Sloveni, derivano dagli Slavi alpini (una componente degli slavi meridionali) che tra il 625 ed il 631 d.C. circa, si insediarono anche nella Valle del Fella,
compresa Resia, spingendosi presumibilmente fino in Carnia. All’epoca queste genti fondarono il primo stato slavo, la Carantania che comprendeva l’attuale Carinzia, la Slovenia ed i territori in Friuli occupati dagli slavi fino al “limes” longobardo.
Dal tardo Medioevo e per tutta l’Era Moderna la vallata dipese principalmente dall’abbazia benedettina di San Gallo in Moggio Udinese, fondata nel 1085.
Dopo il periodo della Patria del Friuli (1077 – 1420), durante il quale questa unità amministrativa e politico-religiosa era amministrata dai Patriarchi di Aquileia, il feudo di Moggio Udinese in epoca veneziana (1420 – 1797) fu guidato da un abate non residente, detto commendatario. L’abbazia fu soppressa nel 1773.
In epoca contemporanea, dopo i brevi periodi della monarchia asburgica, del regno napoleonico d’Italia (durante il quale, nel 1805, venne istituito l’attuale Comune di Resia unificando i precedenti quattro comuni o ville: San Giorgio, Gniva, Oseacco e Stolvizza) e dell’impero austriaco, dal 1866, Resia, come il Friuli, fu annessa al Regno d’Italia.
Le caratteristiche di questa valle per le quali merita una visita, oltre a quelle naturalistiche, sono: il dialetto (uno dei dialetti sloveni più arcaici), il patrimonio di narrativa orale, la danza, la musica, il canto popolare ed il tipico mestiere dell’arrotino. Degna di nota è l’architettura locale conservatasi in parte dopo i terremoti del 1976.

Lingua – Il dialetto resiano

Il resiano si è sviluppato dallo stesso slavo alpino che sta alla base dello sloveno di oggi. Nel Medioevo il resiano faceva parte del raggruppamento dialettale sloveno detto carinziano/koroška. Dal sec. XV in poi, dopo l’annessione del Friuli alla Repubblica di Venezia, i legami di Resia con la Carinzia si sono indeboliti. Se per il suo parlare e per la sua tradizione popolare Resia appartiene chiaramente all’area slovena, gli sviluppi storici e sociali dal Rinascimento in poi hanno creato una situazione in cui i resiani stentano a identificarsi con la cultura slovena, anzi, si vedono come una popolazione ben diversa con una propria lingua e cultura. (prof. Han STEENWIJK, www.resianet.org)

La Val Resia, come si sa, si trova fuori dall’area slovenofona centrale e presenta degli aspetti specifici. È anche un’area linguisticamente specifica nell’ambito della comunità slovena in Italia, alla quale appartiene territorialmente. Il dialetto resiano ha avuto uno sviluppo del tutto indipendente dalle forme più nobili della lingua slovena. Gli abitanti della Val Resia vivono al di fuori dei confini della Slovenia e la lingua slovena quindi è difficile. Questa mancanza per i resiani non ha un grande significato in quanto non ritengono di appartenere alla matrice slovena e l’isolamento linguistico è totale, nonostante i tentativi fatti da singoli entusiasti e nonostante i moderni mezzi di comunicazione.
I resiani non vivono soltanto in una situazione di diglossia come gli altri sloveni viventi in Italia, ma nella schizoglossia, come è stato chiamato questo fenomeno dalla teoria germanica e da Pavle Merkù. Questo significa che i resiani negano l’appartenenza del loro dialetto al sistema linguistico sloveno. Sembra che il resiano possa conservarsi e svilupparsi in un contesto linguistico italiano, soltanto se gli viene conferita una posizione di lingua completa, una lingua letteraria che nelle sue forme scritte possa trasmettersi alle generazioni future. È necessario elaborare un alfabeto, una grammatica e un dizionario. (A. Rupel, Tabor “Rezija 89”, 1990)

Dopo decine di anni dalla stesura dei precedenti testi e grazie anche alle leggi di tutela a favore della minoranza slovena (482/1999, 38/2001 e 26/2007), dagli anni Novanta del secolo scorso in poi, molte sono state le iniziative volte a conservare il dialetto resiano.
A cura del linguista prof. Han Steenwijk sono stati pubblicati, a partire dal 1994, l’ortografia, la grammatica ed il vocabolario.


Corsi di ortografia e grammatica resiane sono stati ideati e realizzati, dal 2000 al 2006, dal prof. Matej Šekli.
Il prof. Roberto Dapit ha invece effettuato importanti studi sulla toponomastica di tutto il Comune di Resia con la conseguente stampa di tre volumi.


Da parecchi anni, grazie alle leggi di tutela, sono organizzati corsi di cultura locale nelle scuole.
Ogni anno vengono realizzate diverse pubblicazioni anche in resiano, tra le quali il calendario ed il periodico Naš Glas/La nostra voce.
Nel 1994 sono state apposte le prime tabelle toponomastiche bilingui.
Molto importante è anche la trasmissione radiofonica settimanale Te rozajanski glas trasmessa dalla Rai di Trieste, sezione slovena, da più di quarant’anni.
Vengono organizzati anche corsi di lingua slovena.
L’influsso della lingua italiana resta comunque forte soprattutto attraverso i mass-media ed il sistema scolastico ed il resiano è solo raramente usato tra i più giovani.
È invece nel contesto della lingua madre di riferimento, lo sloveno letterario, che il resiano
trova modo di conservarsi.

Il patrimonio di tradizione orale – Le favole

In questa valle si e conservato un interessante patrimonio orale rappresentato dalle favole, dalle fiabe, dalle leggende, dai canti popolari e da altre testimonianze.
Per quanto riguarda il patrimonio di narrativa orale il Museo della gente della Val Resia propone una apposita Sezione.

Vi sono molte favole di animali ed i protagonisti maggiormente presenti sono la volpe / lisica ed il lupo / uk.
Vi sono fiabe di re, principi e principesse. Non mancano racconti sugli esseri mitici come il Dujak, la Dujačesa, e la Gardinica, il cui nome deriva dall’aggettivo gard, ‘brutto’.
Altri esseri mitici e leggendari sono Dardej e Lol kutleć ricordati ancora oggi per la loro forza e la Kodkodeka che incendiò la sua casa e tutta Stolvizza.
Tra i canti narrativi vanno ricordati Sveti sinti Lawdić e Linčica Turkinčica. Il primo, che riflette il mito di Orfeo, narra la ricerca, da parte del protagonista Davide, del padre, della madre e dei fratelli nell’inferno con l’ausilio di una trombetta e della loro salvezza grazie al suo intervento, il secondo invece ha come protagonista Matjaž, ungˊarski kraj, Mattia Corvino il re d’Ungheria che riuscì a fuggire dalle prigioni turche grazie all’aiuto di Linčica Turkinčica, figlia del sultano. Degno di nota è la presenza in valle di canti e racconti con protagonista la Lepa Vida, qui in valle nota come Lipa Lina, Lipa Wida che, similmente a kraj Matjaž, occupa una posizione centrale nella tradizione culturale slovena anche letteraria.
Molto noti sono i canti narrativi con tema religioso quali Tïčica Arlïčica e Sveti sint’Antunišić.
Altre storie raccontano dell’occulto, dell’aldilà, della vita dei santi e delle vicende di Gesù
e di San Pietro.
Spiccano inoltre le filastrocche, gli indovinelli, i modi di dire ed i racconti di vita vissuta.
Il folklorista e accademico sloveno Milko Matičetov (1919 – 2014), uno dei maggiori esperti europei della narrativa di tradizione orale, a partire dagli anni Quaranta del secolo scorso raccolse centinaia di racconti. Pubblicò numerosi studi facendo conoscere la cultura resiana al mondo scientifico internazionale.
Il libro Zverinice iz Rezije è tra le sue pubblicazioni più note.
Il linguista friulano Roberto Dapit continua il lavoro di ricerca, pubblica studi e collabora nella redazione di pubblicazioni scientifiche inerenti il patrimonio orale della Val Resia.

L’architettura – La casa e lo stavolo

Le case erano costruite con i sassi dei greti dei torrenti e dei ruscelli, legati con malta di calce e sabbia e avevano le fondamenta di pochi centimetri. Per erigerle la gente aveva fatto immensi sacrifici in termini di lavoro e di fatiche. Esse erano dello stesso stile in tutti i paesi resiani.
Avevano due piani, con ballatoio in legno in entrambi. Al primo piano c’erano le due camere da letto, alle quali si accedeva a mezzo di scale esterne che più anticamente erano di legno, successivamente di blocchi di pietra. Al secondo, cui si arrivava salendo del pari delle scale di legno poste all’esterno, c’era il fienile, con la porta alta e larga, tale da permettere a chi saliva di poter ribaltare agevolmente la gerla carica di fieno. Le case avevano normalmente due vani al piano terra, costituiti uno dalla cucina, l’altro dalla stalla. La cucina aveva il focolare e, come suppellettili, una panca, un tavolino e degli sgabelli. Ad una parete era sistemata una lunga mensola, con sopra, in mostra, le stoviglie di casa e sotto, appese a dei ganci, le caldaie di rame, secchi e recipienti vari. Nelle camere c’erano solitamente due letti matrimoniali, alti, anche a cavalletti di legno, e la cassapanca che conteneva le lenzuola di dotazione e le calze di lana.
(A. Madotto, Vivere tra le montagne, 1987)

I danni provocati dai sismi del 1976 e la conseguente ricostruzione hanno, per la quasi totalità, distrutto la tipologia architettonica tipica della Val Resia. Solo a Stolvizza, Coritis e Uccea è ancora possibile trovare case che conservano in parte queste caratteristiche. In questi ultimi decenni si sta registrando un rinnovato interesse per gli elementi architettonici locali andati persi.
Il recupero degli elementi architettonici come degli antichi mobili ed oggetti non ha solo un valore di tipo estetico ma è in qualche modo il riappropriarsi del proprio mondo andato in gran parte perso con i terremoti del 1976 e con la “modernità”.
I Resiani vivevano, fino agli anni Cinquanta del secolo scorso, nelle planine dalla primavera all’autunno e la vita quotidiana, come in paese, anche qui era scandita dai lavori legati all’allevamento del bestiame ed all’approvvigionamento del legname per l’inverno. Al giorno d’oggi le planine solo in parte svolgono ancora questa funzione. Nella loro ristrutturazione si tende a conservare gli elementi architettonici principali.

Il Museo della Gente della Val Resia, costituito nel 1995, dal 2017 ha la propria sede a Stolvizza in una tipica casa resiana, Plocawa hïša, risalente al ‘700 e ristrutturata secondo la tipologia locale. Al suo interno è possibile ammirare anche una cucina ed una camera da letto tipiche della prima metà del Novecento.

 

Associazione Culturale Museo Della Gente Della Val Resia

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